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Fonte: Google immagini |
Ore 9:33; quasi 30 gradi all’ombra. Dopo più di un’ora e mezza di viaggio casa-ospedale, di cui un’ora e venti solo tra attesa e viaggio sul 791 - che, da quando si è aperta l'ennesima voragine nell’asfalto capitolino, devia il percorso abbinandoci il giro della Sardegna - dopo la ricerca del padiglione del centro prelievi e il pagamento del ticket, sono approdata fiduciosa davanti alla porta automatica della sala C ed un istante dopo davanti a quello che sembrava il comico Maurizio Battista vestito da addetto prelievi. Ma lui guardando la mia ricetta ha commentato, senza farmi ridere:
“Se c’è la curva glicemica non possiamo
più farla…ah ecco infatti c'è…no, non si può più fare, ormai è tardi, torni domani entro
le 7:30 , perché alle 10 chiudiamo”.
Cheeee?! - ho pensato - Tornare domaniii?! "Scusi, ma potevate dirlo a telefono e poi non è che abito dietro l'angolo! Non mi faccia tornare, non può fare uno strappo alla regola?" con tutto quello che mi è costato arrivare fin qui, senza
avere la minima voglia di venirci! E al suo "Impossibile" lacrime represse di
rabbia hanno inondato i lobi frontali della corteccia mentre dalla bocca trovavano libero sfogo parole di cui mi pentivo già mentre uscivano "Allora al diavolo la curva, non la faccio per niente, me ne frego, non mi
serve a un cavolo". Ma potrei anche aver detto "cazzo".
Quello ha cominciato a scribacchiare qualcosa sulle ricette, con una calma vergognosa, come a dire “Faccia lei, per me che cambia?” Ma per fortuna ho trovato il modo di arginare la piena dell'ira e di fare dietro front prima che fosse troppo tardi. Ho ripreso bruscamente indietro le mie ricette, ho borbottato qualcosa come "sono digiuna" e “torno domani”, ho girato i tacchi e sono tornata nell'abbraccio dei 35 all'ombra col mio bel nulla-di-fatto tra le dita ed un iceberg di malumore e rabbia inespressi nel cervello. Sono già stanca, ho pensato, ed ho pianto.
Quello ha cominciato a scribacchiare qualcosa sulle ricette, con una calma vergognosa, come a dire “Faccia lei, per me che cambia?” Ma per fortuna ho trovato il modo di arginare la piena dell'ira e di fare dietro front prima che fosse troppo tardi. Ho ripreso bruscamente indietro le mie ricette, ho borbottato qualcosa come "sono digiuna" e “torno domani”, ho girato i tacchi e sono tornata nell'abbraccio dei 35 all'ombra col mio bel nulla-di-fatto tra le dita ed un iceberg di malumore e rabbia inespressi nel cervello. Sono già stanca, ho pensato, ed ho pianto.
Eh così ho ripreso il 791, non in direzione di casa come avrei preferito, ma verso l'ufficio, cercando di asciugare gli occhi e le connessioni col fon del raziocinio: in fondo non è che un piccolo rinvio... sono cose che capitano... già...
Ancora col magone ho chiamato mamma, che candidamente mi ha consigliato di non andare affatto a lavoro se mi sentivo stanca. Fosse così semplice... Allora ho addentato un biscotto. Bingo! Al secondo biscotto respiravo normalmente e raggiungevo un nodo centrale: perché le analisi le faccio sempre con la stessa predisposizione con cui farei un favore al mio acerrimo nemico? Perché non riesco a vederle come un modo coscenzioso di prendermi cura della mia piccola, controllando quel che è giusto controllare per scongiurare grossi rischi? Le vedo come un'ulteriore complicazione del mio già intricato tempo "occupato" ed un'inutile perdita di tempo per una persona sana quale mi vanto di essere e per finire un modo per accontentare chi prudentemente le ritiene importanti.
Che sia utile o meno fare controlli, di certo non fanno male, almeno finché non perdo la calma... Allora dovrò ricordarmi di contare fino a duecento per non perdere la calma. E domani vediamo se riesce a farmi ridere il sosia di Maurizio Battista.
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